domenica 1 gennaio 2012

Anno nuovo... vita nuova?



Ogni volta che si comincia un nuovo anno si spera di poter buttare via tutte le cose brutte di quello precedente. Anche il 2011 se n’è andato, e quasi tutti (chi per un motivo, chi per l’altro) sono contenti di ciò.
Ogni volta si spera in qualcosa di nuovo e più bello...
Ma questa volta il clima di crisi (non solo economica) rischia di scoraggiare anche i più ottimisti e di bloccare a metà il solito proverbio Anno nuovo, vita nuova.
Il cristiano, in quanto tale, cosa può fare? Non ha niente di nuovo o diverso da proporre al mondo in un momento in cui sembra che tutto vada storto?
Vi propongo di provare a lasciarci interrogare e provocare da alcune riflessioni che qualche tempo fa mi proponeva il Vicario della Zona Sesta dell’Arcidiocesi di Milano (nella quale svolgevo il mio ministero).


Chi parla di cose che non sa, si espone al ridicolo e finisce per urtare e offendere.
Devo quindi premettere che non ho competenza in economia, finanza, gestione aziendale e simili. Mi sembra però legittimo esprimere una specie di attesa che nella Comunità cristiana ci sia una reazione cristiana alla situazione critica che si annuncia.
Ci sono stati (e ci sono anche oggi) cristiani che hanno avuto sufficiente fede e coraggio per credere al Vangelo e al Magistero della Chiesa più che ai giornali e ai faccendieri, più che alle leggi del mercato e ai discorsi di moda. Sono quelli che ritengono improbabile che l’egoismo e l’avidità suggeriscano soluzioni promettenti.
Hanno perciò cercato risposte originali e si sono appassionati all’idea che si potessero trovare soluzioni suggerite da una certa idea dell’uomo e della società. E infatti la storia racconta che sono state inventate della banche che invece di pensare al profitto pensavano alla solidarietà, delle cooperative che invece di percorrere le vie della speculazione si sono avventurate per le vie della condivisione, delle associazioni che hanno messo competenze e intraprendenza al servizio di chi ne ha più bisogno.
È quindi secondo il buon senso aspettarsi che anche in questa occasione nella Comunità cristiana sorgano iniziative cristiane per far fronte ai problemi che sono posti dalla situazione.
L’Arcivescovo di Milano (Dionigi Tettamanzi) nella notte del Natale 2008 rese pubblico il suo proposito di una iniziativa generosa che convinse molti a uno sforzo di immaginazione e di coraggio (il Fondo Famiglia-Lavoro, per andare incontro a tutte quelle famiglie che a causa della crisi avevano perso il lavoro. Per aprire questo fondo al quale invitava tutti i cristiani a contribuire, l’Arcivescovo versò di tasca propria il primo milione di Euro. Ad oggi, sono stati raccolti 13.713.408 euro, con la partecipazione di tutte le parrocchie della Diocesi di Milano e ben 8.638 contributi privati).
Talvolta le notizie che ascoltiamo, le dimensioni e la complessità della problematica, la lontananza dai luoghi dove si prendono le decisioni ci inducono ad una specie di rassegnazione all’impotenza: “e io che cosa ci posso fare?” - “Spero di mettere al sicuro almeno me stesso e la mia famiglia...”
Forse la Comunità cristiana deve aguzzare lo sguardo e tendere l’orecchio per cogliere i segni di una alternativa possibile alla rassegnazione.
Una volta si diceva che il comunismo è fallito. Chi si azzarda oggi a dire che il capitalismo non sta poi tanto bene, viene subito zittito da statistiche e inoppugnabili dimostrazioni per sostenere che se l’ottanta per cento del mondo è in miseria è solo per una coincidenza e che il capitalismo è l’unica via per moltiplicare la ricchezza (dei capitalisti, s’intende).
Tra i cristiani forse potrebbe diffondersi la fierezza di avere qualche cosa di meglio da proporre e da tentare.
E le parole scritte nella dottrina sociale della Chiesa, le esperienze accumulate in decenni di pratica aziendale e finanziaria e sociale, aspettano di diventare un’economia, una banca, una cooperazione, un modo di lavorare “con l’anima”, come si dice.
Ci sono infatti buone ragioni, mi sembra, per diffidare di chi dell’anima si ricorda solo qualche volta, di domenica.
Mons. Mario Delpini