domenica 25 marzo 2012

Non di solo pane vivrà l'uomo...

In questo tempo di Quaresima ci stiamo facendo guidare in modo sempre più docile e fedele dalla Parola di Dio che ascoltiamo nella Liturgia. Ci accorgiamo sempre più come l’ascolto (attento e disponibile) sia la condizione essenziale per dar modo al Signore di insegnarci la Sua Volontà e attirarci a Sé.
È importante però che l’ascolto sia reso agevole e fruttuoso dal prezioso servizio di chi si presta a leggere la Parola di Dio in mezzo all’Assemblea.
Ecco perché in questo foglietto mi permetto di suggerire alcune riflessioni su quanto abbiamo bisogno di camminare, formarci e cambiare—tutti, nessuno escluso—nel ministero dell’annuncio della Parola di Dio.
Queste riflessioni sono solo la provocazione iniziale che ci obbliga a metterci al lavoro con gli strumenti più adatti per rendere sempre più rispettoso e degno questo servizio.

Leggere la Parola di Dio è servizio e azione sacra
La prima considerazione che faccio parte dalla struttura stessa della celebrazione della Messa.
Nella Messa, la liturgia (cioè quell’insieme di riti e gesti sacri che compiamo) è composta da diversi momenti che ruotano attorno a due punti focali: la Liturgia della Parola e la Liturgia Eucaristica.
Potremmo dire, come fanno alcuni autori (seguendo la famosa citazione “non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni Parola che esce dalla bocca di Dio”, Mt 4,4) che venendo a Messa ci sediamo a due tavole imbandite: quella della Parola e quella del Pane.
Partendo da qui, ci rendiamo conto che lo stesso rispetto e la stessa venerazione che abbiamo per il Pane consacrato (che ci fa comunicare al Corpo di Gesù), dobbiamo averli per la Parola che Dio ci rivolge per comunicarci i pensieri più profondi del Suo Cuore.
E allora arrivo subito con le provocazioni, pur sapendo che saranno molto forti e forse potrebbero ferire la sensibilità di qualcuno.
Manderemmo mai uno sconosciuto qualunque a distribuire l’Eucaristia ai fedeli durante la Messa? Oppure ci azzarderemmo mai a salire per comunicarci e prendere in mano la particola consacrata con le mani sporche, appena utilizzate per fare i mestieri di casa?
O anche solo, avremmo il coraggio—in coscienza—di salire a ricevere la Comunione se avessimo chiacchierato per tutta la messa con il vicino di banco? Oppure, vi andremmo senza aver fatto anche solo un attimo di raccoglimento e di preparazione e compunzione del cuore?
Credo proprio che la risposta a tutte queste domande sia un categorico “No!”. Ed ecco che arriva l’autogoal
Se esigiamo giustamente tutto questo rispetto e questa preparazione per quanto riguarda l’Eucaristia, la Comunione… perché invece ci accostiamo alla Parola di Dio in modo così superficiale e approssimativo?
Perché spesso si va a leggere la Parola di Dio senza un’adeguata preparazione?
Senza averla mai letta prima di arrivare alla Messa?
Senza averla prima meditata per conto nostro così da dar modo allo Spirito Santo di poter parlare prima di tutto a noi, al nostro cuore?
Senza aver nemmeno fatto un piccolo corso di preparazione per capire la grande (anzi immensa) differenza che passa tra il leggere il giornale o un libro per conto nostro e il proclamare la Parola di Dio in mezzo all’Assemblea, dove si è chiamati a dare nuovamente voce allo stesso Spirito che ha parlato per mezzo degli autori sacri e dei profeti di cui ascoltiamo gli scritti?
Perché—anche solo in qualità di semplici fedeli chiamati ad ascoltare—non prestiamo molta attenzione alla postura del nostro corpo (se e quando si debba stare in piedi o seduti), ai momenti in cui siamo chiamati a fare da “risposta” corale a quanto ci viene annunciato (come per esempio nel Salmo Responsoriale)?
Vissute così, ora come ora, le nostre sono sempre e solo “Messe a metà”.
È come se fossimo invitati a pranzo in un rinomatissimo e sofisticato ristorante, e proprio all’inizio, mentre parla il capo-Chef per spiegare il menu e le prelibatezze che ci ha preparato, noi ci assentassimo per andare in bagno…
Stiamo pur certi che poi passeremmo tutto il pranzo a lamentarci di non sapere nemmeno che cosa ci viene servito sul piatto!
Allo stesso modo, anche nella Messa non possiamo gustare la Mensa del Pane se prima non abbiamo saziato e istruito il nostro cuore alla Mensa della Parola. D’altronde, ci siamo mai chiesti come mai i nostri “vecchi” dicevano che la messa era valida se—arrivando in ritardo—entravi in tempo per il vangelo?
Sono convinto che spesso le nostre celebrazioni eucaristiche siano troppo sbilanciate su un momento che non è quello essenziale: la predica del sacerdote!
Ci piace una messa a seconda di come parla e di cosa dice il prete che la celebra.
Ma la predica, l’omelia, non è altro che il “sorbetto”, cioè quella cosa che nel pasto ha la funzione di aiutarti a mettere ordine per distinguere i sapori l’uno dall’altro (la carne dal pesce), o il “digestivo” per aiutare il tuo stomaco a digerire e assimilare quanto hai mangiato.
Solo che se mentre passavano le pietanze sostanziose tu eri altrove, cosa mai ci sarà dopo da degustare e da digerire?!
È questa la fatica che faccio spesso nel momento in cui mi accingo a tenere l’omelia: ho l’impressione che le letture appena proclamate andrebbero rilette più volte, lentamente, perché per la maggior parte dei fedeli non sono state ascoltate o non sono state capite!
Ma se da parte di fedeli che ascoltano occorre più attenzione e uno sforzo maggiore di partecipazione, è in particolar modo da chi si rende disponibile al ministero della proclamazione della Parola che si esige una preparazione e una riverenza sacrale assolutamente senza sconti!
Chi si mette a disposizione per leggere la Parola di Dio deve tenere in considerazione le seguenti riflessioni:
Proclamare non significa soltanto leggere ad alta voce (che già non sarebbe male avere una voce alta e chiara…). È rendere pubblico: portare a conoscenza di quanti sono presenti ciò che si legge; la Parola di Dio proclamata nella liturgia in qualche modo è sempre nuova, anche se già conosciuta.
Significa acclamare con solennità: la proclamazione della Parola è una azione liturgica, un atto di culto; si trasmette agli uomini la volontà del Signore, ma allo stesso tempo si acclama il Dio vivente che visita il suo popolo.
Leggere la Parola di Dio è rivelare: ogni proclamazione della Parola è in un certo senso una nuova rivelazione... è un porgere di nuovo all’Assemblea dei fedeli la rivelazione che Gesù Cristo fa in quel preciso momento e a quegli uomini concreti. La proclamazione è un’azione attraverso cui Cristo continua a svolgere la sua missione di annunciatore della Parola del Padre.
Circa l’efficacia della proclamazione della Parola, non va dimenticato che le letture costituiscono, insieme con la liturgia eucaristica, un unico atto di culto: le letture ricordano, proclamano e attuano l’avvenimento salvifico che la celebrazione eucaristica renderà presente in pienezza.

Quindi? Concretamente cosa faremo?
Fatte queste considerazioni, credo che ci rendiamo conto—in modo piuttosto evidente—che la nostra Comunità ha bisogno di alcuni interventi che la aiutino a vivere sempre meglio la Celebrazione Eucaristica nella sua interezza. In particolare sono fermamente convito che occorra al più presto:
1) istituire un gruppo stabile di lettori che siano sempre più preparati, formati e coscienti nello svolgere questo servizio così santo e importante per la vita sacramentale della nostra Parrocchia. Ciò si rende immediatamente necessario, in vista dell’abbondanza della Parola di Dio che saremo chiamati a proclamare e ascoltare nel Santo Triduo Pasquale;
2) formare al più presto una Commissione Liturgica che—in stretta collaborazione e connessione al Consiglio Pastorale—possa monitorare questo e tanti altri aspetti importanti del nostro celebrare il Mistero di Cristo (non da ultimo il canto e il servizio all’altare—leggasi: i chierichetti—in tutte e singole le celebrazioni festive, evitando che alcune di esse siano dei solenni “pontificali” e altre invece solo delle messe tristi e da catacomba).

domenica 18 marzo 2012

Il motore della preghiera

Abbiamo detto che i tre atteggiamenti chiave della Quaresima (le tre gambe che sorreggono il tavolo) sono preghiera, digiuno ed elemosina. Fin dall’inizio del tempo quaresimale abbiamo cercato di capire il vero digiuno come lo intende il Signore . Così abbiamo anche scelto insieme un gesto di “elemosina”, di carità: la madia dei poveri, che stiamo riempiendo pian piano... La vita di fede però ha un motore tutto particolare: la preghiera. Nonostante siano anni che preghiamo non siamo capaci di pregare come vorremmo e non sapremmo nemmeno definire cosa sia per davvero la preghiera. Avremmo bisogno di andare a “scuola” di preghiera… provo a lasciarvi un bel testo di un grande santo che di preghiera viveva davvero intensamente: San Giovanni Maria Vianney, meglio conosciuto come il Santo Curato d’Ars.
Fate bene attenzione, miei figliuoli: il tesoro del cristiano non è sulla terra, ma in cielo. Il nostro pensiero perciò deve volgersi dov’è il nostro tesoro. Questo è il bel compito dell’uomo: pregare ed amare. Se voi pregate ed amate, ecco, questa è la felicità dell’uomo sulla terra. La preghiera nient’altro è che l’unione con Dio.
Quando qualcuno ha il cuore puro e unito a Dio, è preso da una certa soavità e dolcezza che inebria, è purificato da una luce che si diffonde attorno a lui misteriosamente. In questa unione intima, Dio e l’anima sono come due pezzi di cera fusi insieme, che nessuno piò più separare.
Come è bella questa unione di Dio con la sua piccola creatura! È una felicità questa che non si può comprendere. Noi eravamo diventati indegni di pregare. Dio però, nella sua bontà, ci ha permesso di parlare con Lui. La nostra preghiera è incenso a Lui quanto mai gradito. Figliuoli miei, il vostro cuore è piccolo, ma la preghiera lo dilata e lo rende capace di amare Dio. La preghiera ci fa pregustare il cielo, come qualcosa che discende a noi dal Paradiso. Non ci lascia mai senza dolcezza. Infatti è miele che stilla nell’anima e fa che tutto sia dolce. Nella preghiera ben fatta i dolori si sciolgono come neve al sole. Anche questo ci dà la preghiera: che il tempo scorra con tanta velocità e tanta felicità dell’uomo che non si avverte più la sua lunghezza. Ascoltate: quando ero parroco di Bresse, dovendo per un certo tempo sostituire i miei confratelli, quasi tutti malati, mi trovavo spesso a percorrere lunghi tratti di strada; allora pregavo il buon Dio, e il tempo, siatene certi, non mi pareva mai lungo.
Ci sono alcune persone che si sprofondano completamente nella preghiera come un pesce nell’onda, perché sono tutte dedite al buon Dio. Non c’è divisione alcuna nel loro cuore. O quanto amo queste anime generose! San Francesco d’Assisi e santa Coletta vedevano nostro Signore e parlavano con Lui a quel modo che noi ci parliamo gli uni agli altri. Noi invece quante volte veniamo in chiesa senza sapere cosa dobbiamo fare o domandare! Tuttavia, ogni qual volta ci rechiamo da qualcuno, sappiamo bene perché ci andiamo. Anzi vi sono alcuni che sembrano dire così al buon Dio: «Ho soltanto due parole da dirti, così mi sbrigherò presto e me ne andrò via da te». Io penso sempre che, quando veniamo ad adorare il Signore, otterremmo tutto quello che domandiamo, se pregassimo con fede proprio viva e con cuore totalmente puro.

domenica 11 marzo 2012

Agli ordini!

All’inizio della Quaresima, siamo andati nel deserto, spinti dallo Spirito Santo. Poi Gesù ci ha portati sul monte, a contemplare il vero volto di Dio. E oggi eccoci qui, sul Sinai, a sentir “tuonare” la Sua voce…
Siamo abituati a parlare dei “Dieci comandamenti”… li abbiamo imparati a memoria e alla stessa maniera li insegniamo ai nostri figli. Ci abbiamo fatto spesso l’esame di coscienza. Quando pensiamo ai comandamenti, spesso appare nella nostra mente un Preside cattivo che illustra alle matricole le rigide regole del suo Istituto, o un tenente che urla sulla faccia delle nuove reclute per mettere subito in chiaro le cose. I nostri fratelli maggiori nella fede (gli Ebrei) non li chiamano comandamenti ma “Le Dieci Parole”.
Anzitutto noi dimentichiamo sempre l’inizio di queste Parole. Invece il pio Israelita ripete ogni giorno un ritornello che apre la sua preghiera: “Shemà Israel”, cioè “Ascolta, Israele”. Ma che cosa occorre ascoltare?
«Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto...».
Già. Ecco. Non ci ricordiamo mai di ciò che Dio ha già fatto e continua a fare per noi. Prima di domandarci qualunque cosa, Dio desidera che gli lasciamo ri-raccontare brevemente chi è Lui per noi: «Io non sono quello che ti vuol fare tribolare, o che ti manda le malattie, o che si disinteressa di te. Io sono il Dio che ti ha dimostrato mille volte attenzione, premura, affetto…». Non sono quindi dieci “comandamenti”, come se si trattasse del Codice della strada. Sono indicazioni, proposte, percorsi. Non promettono la vita eterna, ma colmano la vita presente indirizzandola verso Dio. Sono indicazioni per raggiungere Dio e diventare più uomini. Il Dio che ci ha creato e sa bene “come funzioniamo” ci offre anche il libretto delle istruzioni, una serie di indicazioni semplici per vincere il buio che scopriamo dentro di noi, per sanare la paralisi del peccato. Sono dieci parole per vivere, piene di buon senso, date per svelare all’uomo il segreto della vita, una vita in pienezza. Dieci parole semplici, brevi e concise per essere memorizzate da tutti, indicazioni preziose per scoprire il segreto della felicità. Indicando la parte oscura della vita, ci invitano ad essere prudenti, ad evitare i pericoli e gli inganni della realtà, ci svelano che il peccato è male perché ci fa del male.
Noi invece sentiamo spesso queste parole come un’antipatica “prepotenza” di Dio, come se Egli fosse invidioso della nostra libertà e volesse tarparci le ali con una minuziosa serie di obblighi senza senso.
Una visione così distorta di Dio rischia di rendere grottesco perfino il volto di Gesù («chi vede me vede il Padre»). Purifichiamo il nostro cuore da quest’orrenda visione della Legge!

venerdì 9 marzo 2012

Abbiamo il Consiglio Pastorale e degli Affari Economici

Habemus Papam!

E' finalmente giunto al termine il percorso per la formazione del nostro Consiglio Pastorale Parrocchiale e del Consiglio per gli Affari Economici.
Le elezioni per il Consiglio Pastorale si sono svolte il 3 e 4 marzo scorso e lo spoglio delle schede è avvenuto la stessa sera di domenica 4 marzo 2012 alla presenza vigile della Commissione preparatoria.
Potete scaricare e visualizzare qui la grafica dei risultati dello spoglio elettorale, e qui la lettera di ufficializzazione della nomina dei membri eletti e di quelli aggiunti d'ufficio dal Parroco.

Il Consiglio per gli Affari Economici invece è stato nominato ufficialmente il 29 febbraio 2012 con Atto di Nomina Ufficiale da parte dell'Ordinario Diocesano.

Ad entrambi gli organi di partecipazione e guida della nostra Comunità auguriamo buon lavoro e assicuriamo stima, fiducia, sostegno, supporto e fattiva collaborazione!