sabato 19 gennaio 2013

La Carità è un "affare comunitario"

L’altra sera al Consiglio Pastorale, leggendo il bilancio economico della nostra Parrocchia ho lanciato una provocazione forte, facendo notare che —come Comunità cristiana—stiamo dando poco peso alla carità. Qualcuno mi ha risposto che la carità è qualcosa di personale, un dovere che ognuno pensa a fare per conto suo… purtroppo è una convinzione sbagliata molto diffusa tra i cristiani. Occorre imparare sempre più a pensare e agire come Comunità cristiana, non sempre e solo come singoli individui che ogni tanto si trovano a fare qualcosa insieme. Anche e soprattutto la Carità e l’attenzione al prossimo devono essere un fatto comunitario! Qualcuno, in risposta, mi ha fatto notare come siano state tante le offerte, e questo sia segno di grande generosità e carità dei Laxolesi. Vero. Ma—come Comunità cristiana—in cosa stiamo investendo tutta questa generosità? Sarebbe come se due genitori dicessero al figlioletto: “Tieni da parte le mancette della nonna, che a fine anno cambiamo la macchina”. Questo si chiama collaborazione, compartecipazione ai bisogni della famiglia, buona gestione del patrimonio famigliare… ma la Carità—come famiglia cristiana—è altro. Per questo ho pensato di riportare qui alcune parole illuminanti della prima enciclica di Benedetto XVI, Deus Caritas est (cfr nn.19-20).

Lo Spirito è anche forza che trasforma il cuore della Comunità ecclesiale, affinché sia nel mondo testimone dell’amore del Padre, che vuole fare dell’umanità, nel suo Figlio, un’unica famiglia. Tutta l’attività della Chiesa è espressione di un amore che cerca il bene integrale dell’uomo: cerca la sua evangelizzazione mediante la Parola e i Sacramenti...; e cerca la sua promozione nei vari ambiti della vita e dell’attività umana. Amore è pertanto il servizio che la Chiesa svolge per venire costantemente incontro alle sofferenze e ai bisogni, anche materiali, degli uomini […]. L’amore del prossimo radicato nell’amore di Dio è anzitutto un compito per ogni singolo fedele, ma è anche un compito per l’intera comunità ecclesiale, e questo a tutti i suoi livelli: dalla comunità locale alla Chiesa particolare fino alla Chiesa universale nella sua globalità. Anche la Chiesa in quanto comunità deve praticare l’amore. Conseguenza di ciò è che l’amore ha bisogno anche di organizzazione quale presupposto per un servizio comunitario ordinato. La coscienza di tale compito ha avuto rilevanza costitutiva nella Chiesa fin dai suoi inizi: «Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno» (At 2,44s). Luca ci racconta questo in connessione con una sorta di definizione della Chiesa, tra i cui elementi costitutivi egli annovera l’adesione all’insegnamento degli Apostoli, alla comunione, alla frazione del pane e alla preghiera. L’elemento della comunione, qui inizialmente non specificato, viene concretizzato nei versetti sopra citati: essa consiste appunto nel fatto che i credenti hanno tutto in comune e che, in mezzo a loro, la differenza tra ricchi e poveri non sussiste più. Con il crescere della Chiesa, questa forma radicale di comunione materiale non ha potuto, per la verità, essere mantenuta. Il nucleo essenziale è però rimasto: all’interno della comunità dei credenti non deve esservi una forma di povertà tale che a qualcuno siano negati i beni necessari per una vita dignitosa.