sabato 7 luglio 2012

Il "buon senso" nemico del Vangelo

Nella storia, nel quotidiano più ordinario, il Dio eterno si fa prossimo all’uomo, attira la sua attenzione e gli invia dei “segni”.
Per esempio quando facciamo l’esperienza inattesa del suo aiuto; quando incontriamo un uomo che testimonia di Lui con forza; quando la preghiera ci coinvolge e “prendiamo gusto a essere con Dio”. Quando ascoltiamo la sua Parola in modo nuovo e scopriamo il suo intervento negli avvenimenti della nostra vita, vedendone più chiaramente il “filo conduttore”.
Ma può accadere che talvolta percepiamo l’incontro con Dio come un’esigenza che ci disturba, che ci irrita e ci provoca.
E subito ricominciamo a fare ragionamenti del tipo: Perché dare un senso particolare a ogni avvenimento? Non è piuttosto il destino a guidare tutte le cose, le leggi naturali come quelle sociali? Perché dobbiamo interpretare gli stati del nostro spirito come “messaggi di Dio”? Uno psicologo potrebbe spiegare meglio i diversi motivi delle nostre emozioni!
Il nostro io percepisce un rischio e rifiuta, per pigrizia o per autodifesa. Peggio: la nostra vita prende una cattiva direzione…
Proprio quello che succede quando Gesù torna nella sua città natale.
L’interesse e la curiosità aumentano sempre di più, il suo insegnamento suscita meraviglia. Da lui emana una saggezza indicibile.
Ma molto presto l’attrattiva cambia direzione: la gente è stupita: “Donde gli vengono queste cose? Non è costui il falegname?” Con che diritto verrebbe a insegnare una nuova dottrina?
Entra in gioco il dubbio, il sospetto, l’invidia.
E soprattutto il “buon senso”.
È per questa ragione che i contemporanei di Gesù rifiutano di riconoscere l’azione di Dio in lui, e arrivano addirittura a vedere nella sua venuta uno “scandalo”, una forza del male che spinge al peccato.
Una “tranquillità”, una “ragionevolezza” (quella di allora e la nostra) pagata molto cara! Perché così la fede in Dio e la salvezza in Gesù Cristo diventano inaccessibili.
Per incontrare Dio in Gesù Cristo invece occorre rischiare, e abbandonarsi.
Chi si rifugia nella conservazione dei propri schemi per stare “tranquillo” rimane chiuso alla salvezza.